giovedì 18 febbraio 2010

migranti 4.

Estratto dal disco primitivo di un rudimentale sistema informatico disseppellito nello scavo della nuova metropolitana di Xiang Chei, enclave cinese nel cuore degli stati federali d’Europa. Il frammento appare miracolosamente integro e apre nuovi interrogativi sui flussi migratori che si verificarono in quei territori agli inizi del terzo millennio.

“Viaggiavano nel deserto del Teneré da tre giorni e l’acqua cominciava a scarseggiare. Ogni tanto si fermavano per bere e i due Tuareg armati che precedevano il camion nel loro fuoristrada climatizzato la attingevano da due dei fusti e la distribuivano. Quando quelli nel cassone videro che non ce n’era quasi più uno dei più ardimentosi scoperchiò uno dei fusti di benzina e i Tuareg lo buttarono di sotto e lo lasciarono lì a morire. All’inizio Said sperò che gli sparassero. Sapeva che un proiettile in fronte è mille volte meglio di morire di sete in mezzo al deserto. Il sole ti scioglie la carne e la decompone quando è ancora attaccata alle ossa. Il cervello ti frigge e ti fonde gli occhi. E vorresti essere un mai nato, un sasso o una manciata di sabbia rovente. Sentì le sue urla mentre si allontanavano. Poi sperò che fosse uno di quelli che avevano riso intorno al fuoco, la prima notte, quando sua madre si era allontanata. Si sentì meglio e si addormentò.
La sua testa rimbalzava contro il finestrino, allora apriva gli occhi ma non si svegliava. L’odore di sua madre bastava a renderlo tranquillo e a narcotizzare la sua mente. Ogni tanto sognava il mare , sentiva l’acqua impattare violentemente contro il suo corpo e adattarsi alla sua forma. Un enorme distesa d’acqua che non si poteva bere. Fatta di dune liquide da solcare per raggiungere altre terre. “Piene di tutto quello che qui non c’è”, diceva sua madre. “Dobbiamo andare là, figliolo. Qui non c’è più niente a trattenerci. E anche se ci fosse voglio che tu veda più che la sabbia e il sangue. Macchine veloci e case altissime con letti morbidi. E posti con tanto cibo da scoppiare. E animali da viverci insieme che non si devono mangiare. E scatole piene di vita, che parlano”. Lui aveva visto la televisione alla stazione degli autobus di Agadez e voleva passarci dentro per andare dove c’era tutto. C’era da mangiare e nessuno ti avrebbe tagliato la testa. C’erano scuole e avrebbe potuto iniziare una nuova vita, di là dal mare, dove c’era la felicità”



Immagine da : come-uomo-sulla-terra-documentario-libia.html




Nessun commento:

Posta un commento