domenica 26 dicembre 2010

ci manca qualcosa

Alle sei mi alzo. Vorrei dormire ancora ma questa è una delle cose che il mio corpo mi impone.
Non apro gli occhi quando ritorno. Sento le ossa delle gambe premere contro i tendini e i muscoli contrarsi per soffocarle. Mi ci vuole un po' per capire che sono sveglio. Fino ad allora cerco di adattare la mia vita a ciò che ho sognato. Rimettere tutto in fila è faticoso.
Poi il mio corpo mi impone di alzarmi. Lo sciame che mi attraversa le gambe diventa insopportabile. E' nel momento che infilo le pantofole che capisco di aver solo sognato. Mi sento sollevato. Tutta quella fatica a sistemare le cose. Non so se ce l'avrei fatta. Intorno l'aria è gelata. Come al solito la caldaia è in blocco. Non accendo la luce. Potrebbe disturbare. Tanto ho stampata nella mia mente la disposizione di tutti gli oggetti. E' una sensazione rassicurante. Sapere che fra la televisione e la porta del bagno devo sollevare i piedi perché c'è il filo della corrente. Ricordarsi di aprire la porta con decisione, almeno non cigola la maniglia. Chiudere la porta al buio e vedere che il mio dito finisce esattamente sull'interruttore. Né un centimetro più in là, ne uno più in qua.
La luce mi mostra la faccia di uno che non conosco. Del resto lo specchio è falso. Non per nulla inverte le parti. Mentre attraverso lo spazio che lui può vedere lo osservo con la coda dell'occhio.
Ci manca qualcosa.

Quando rientro in camera lei è distesa sul letto. Tiene le gambe in una posizione innaturale e si guarda le unghie dei piedi. Le ho tolto la parrucca la sera prima. La preferivo con i capelli corti. Mi era piaciuta per quello. Tagliare i capelli a una donna mi ha sempre affascinato. E' un sogno che faccio spesso. La faccio sedere su una sedia di legno scuro e le taglio i capelli. Inutile dire che è nuda. I capelli le fanno anche da vestito. Mi siedo sul bordo del letto. Cerco uno spazio pulito.
Poi il telefono squilla. Il telefono è sul suo comodino e sono costretto a stendermi di nuovo sul suo corpo per rispondere. Parlo al telefono dei brani per la cerimonia e mi chiedo come tutto questo sia cominciato. Riattacco. Devo fare la doccia. Esco dalla stanza e chiudo la porta alle mie spalle. La scala è buia ma avevo lasciato aperta la porta della cantina. Lassù è di nuovo domenica.









Magritte

martedì 7 dicembre 2010

Infanzia

Alla fine tutto si riduce ad una manciata di avvenimenti. Una risibile serie di se ed allora. Ma forse mi sbaglio. Forse alcuni nascono semplicemente così. E' uno dei primi ricordi chiuso dentro di me. Eravamo andati a fare un giro intorno al lago. Era la fine dell'estate e l'aria cominciava a cambiare. Mi avevano tenuto legato al susino dietro casa tutto il giorno. L'ortica non mancava e le mie gambe friggevano di bolle. Sul lago le ombre erano più fredde e si parlava di meno. Non che mi rivolgessero spesso la parola. Ero come trasparente. A quel tempo ero convinto di esserlo. Quella faccia riflessa nello specchio mi sorprendeva. Il sentiero si allontanava un po' dalla sponda seguendo l'argine che si inarcava sull'acqua. Stefano scivolò senza un grido, senza neppure tentare di aggrapparsi agli arbusti che coprivano il costone. Ricordo bene lo schiocco dell'osso che si rompeva e quel modo strano della gamba di attaccarsi al corpo. Mi sedetti sul ciglio dell'argine a guardarlo. L'altro mio fratello, quello di cui non ricordo il nome, corse a chiedere aiuto. Io rimasi a guardare Stefano, le mie gambe piene di bolle che frizzavano all'aria. Mi sporsi in avanti dondolandomi come su un'altalena. Sentii che il sasso dove ero seduto si muoveva. Mi chiesi se sarei mai riuscito a sollevarlo.







Werner Heisenberg spiega il principio di indeterminazione