martedì 16 febbraio 2010

migranti 3.

Testo trasmesso in forma orale di una canzone risalente agli ultimi
anni del terzo millennio, cantata spesso nelle feste dei clandestini rifugiati nella vecchia Europa.
Sono attribuiti ad essa vari titoli: camion/insetto, sogno, nave rovente.
Comunemente conosciuta come “la ballata di Said”.


La sua carezza spenge le stelle
e lo guida dentro le sue paure.

La salvezza è chiusa nel palmo
della mano che attraversa.

Il rumore lo raggiunge da molto lontano
e nel sogno sente i leoni correre verso di lui.

Hanno occhi scintillanti e ruggiscono
cavalcati dai ginn, gli spiriti del deserto.


Poi si alzano in piedi
mutandosi in uomini magri e affamati
con denti aguzzi al posto delle ciglia.

I machete sprizzano sangue nell’aria,
nella terra che rimbomba sotto i loro passi,
e nelle parti più lontane del suo corpo.

Si sveglia in una nuvola di sabbia
che gli invade la vista ed i polmoni.

Il motore si spenge in un lamento roco
che scivola via dalla sua pelle metallica
e dirada l’oscurità. E’ un camion.

Cinto di fusti scrostati,
troppo grasso per spiccare il volo,
accerchiato dai pellegrini.

Vogliono un passaggio per la libertà,
il biglietto vincente della lotteria.
Hanno pagato molto, ma non abbastanza.

Trascinano la loro vita
verso le sue zampe gommose.
Hanno pagato molto, ma non abbastanza.

Lottano per salire,
vogliono il loro passaggio per la libertà,
ma non c’è posto per tutti.


Tira la sua veste e svegliala,
non è il momento delle carezze,
o sarà troppo tardi quando sarete pronti.

La salvezza è chiusa nel palmo
della mano che attraversa.

La sua carezza spenge le stelle
e guida attraverso la notte.

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